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Lot 33: A great bowl, Faenza, Leonardo Bettisi (called "Don Pino") workshop, circa 1570-75

Majolica

by Cambi Casa d'Aste

October 25, 2016

Genoa, GE, Italy

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  • A great bowl, Faenza, Leonardo Bettisi (called
  • A great bowl, Faenza, Leonardo Bettisi (called
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Description: Maiolica Diametro cm 39, 5; altezza cm 11,5 buona conservazione; una incrinatura in corrispondenza di un ritiro da cottura Provenienza: collezione privata , Coppa ad ampia parete modellata con costola- ture disposte a raggiera attorno ad un umbone centrale, che poggia su alto piede svasato; dalle costolature, la parete piega verso il bordo con una fascia di mascheroni e riquadrature, che con il loro movimento plastico conferiscono com- plessivamente notevole leggerezza alla coppa che è di notevoli dimensioni; il verso candido fa sì che la luce, giocando con i rilievi a sbalzo, esalti la bella qualità vellutata e cerosa dello smalto “compen- diario”, evidenziando il modellato della forma. Sul recto, a piena superficie, è raffigurata una scena di massacro, riferibile al biblico episodio della “Puni- zione degli idolatri” (ESODO XXXII, 25-29). L’aspetto compositivo della scena aderisce ma- gnificamente allo spirito pittorico dell’ “istoriato compendiario” faentino della seconda metà del ‘500, che talvolta ama cimentarsi in opere domi- nate da un giuoco ad intricato intarsio di corpi, qui a conferire il senso del febbrile tumulto di masse di uomini in armi. In effetti da un punto di vista iconografico il rimando è agli altrettanto complessi modelli figurativi di battaglie che veni- vano evocati in altre forme coeve d’arte applicata, come cristalli di rocca, placchette, medaglie, fogli incisi e, per la maiolica, soprattutto vignette silo- grafiche, contenute nelle edizioni a stampa “orna- te di figure”. E’ proprio ad una di queste vignette che il pittore- maiolicaro si ispira per la comples- sa articolazione di questa scena. Precisamente si tratta di una vignetta contenuta nelle “Figure del Vecchio Testamento con versi toscani, per Da- miano Maraffi, nuovamente composte, illustrate per Giovanni de Tournes”, e stampate a Lione nel 1554 (c). La scena in par ticolare fissa il momento in cui Mosè, raffigurato a sinistra, dopo che era disceso dal monte con le tavole della legge, trova che il popolo d’Israele si era dato ad adorare un vitello d’oro. Fermatosi quindi alle porte dell’ac- campamento, a coloro che erano rimasti fedeli a Jahvè ordina che si armassero e uccidessero gli idolatri. Naturalmente l’adattamento della fonte grafica alla superficie della coppa ha imposto al pittore-maiolicaro di rinunciare ad alcuni dettagli (alcune figure sulla sinistra, altre più piccole sullo sfondo accanto a delle tende, ed altre ancora sulla destra), e di operare lo spostamento sulla sinistra di una delle due figure poste a terra in primo pia- no nella vignetta. Da un punto di vista morfologi- co, l’opera appartiene ad un ristretto, pregevole gruppo di coppe, di identica foggia e diametro, ricavate da medesimo stampo, da riferirsi a quella tipologia che nella Descriptio della bottega di Vir- gilio (alias Virgiliotto) Calamelli, del 17 dicembre 1556, viene registrata come tacce grande gran à costole: di esse si conservano esemplari, marcati con la sigla “VR- FA” della bottega del maestro faentino, nel Museo di Faenza, e in una raccol- ta privata a Mons (Francia). Sono note inoltre una terza coppa di identica foggia con “Venere e Amore”, dipinti nell’umbone centrale, ed una quarta con al centro lo stemma di Baviera, che con la sua sigla “DO-PI” s’impone come tangibile prova della continuità produttiva che dal 1570 saldò l’attività della bottega Calamelli a quella dei Bettisi1, a cui crediamo questa coppa vada riferita. Essa infatti è opera di un artefice che in senso stilistico sviluppa con vero talento il clima pitto- rico maturato tra le maestranze, anonime, che all’interno della stessa bottega dei Bettisi, intorno al 1576, attesero all’esecuzione del monumentale servizio per Alberto V di Baviera2: ad esempio, vi troviamo analogamente nubi a cumuli, con ampi volumi tondeggianti, picchi montuosi all’orizzonte con le cime arrotondate, mani con le dita pun- tute e aperte a ventaglio, o con il polso snodato, pollice corto e indice allungato;si notino inoltre le pose di scattante eleganza delle figure alla stessa maniera che vediamo nei protagonisti degli isto- riati del servizio bavarese, ed altresì i piedi che a volte si mostrano allungati o calzati in stivaletti lisci dalla caviglia sottile e con estremità a pun- ta, adottati anche dal “Maestro del servizio V (o U) numerato”3, oppure mostrano alluce corto e dita premute a terra. Non meno interessanti nella nostra coppa risultano i ciotoli disseminati in primo piano ornati di caratteristici ciuffi di fo- glie, e i piccoli steccati che ritroviamo, ad esem- pio, anche nell’anfora istoriata con “Samuele che trafigge Agag”, del Museo faentino, attribuibile alla bottega dei Bettisi perché accostabile stili- sticamente ad altra, di raccolta privata, provvista della sigla della bottega “DO-PI”4. A differenza di altre opere maiolicate coeve, in cui il soggetto “istoriato” può avere diverse repliche di poco va- riate nell’iconografia, dedotte da una fonte grafica comune, di questa scena biblica per il momento non si conoscono altre redazioni: essa per tanto si impone come un unicum tematico nel panorama dell’ “istoriato compendiario” faentino dell’ultimo quarto del ‘500 . L’opera tuttavia stilisticamente nel complesso sviluppa e fa propri i caratteri di- stintivi delle migliori opere della bottega dei Bet- tisi, specie del periodo di Leonardo, detto “Don Pino” (notizie ed opere dal 1564 al 1589 ca.): intendiamo, ad esempio, un maggiore contrasto cromatico rispetto alle opere “istoriate a tavoloz- za languida” del Calamelli, un segno di contorno azzurrino, finissimo e tracciato con padronanza di mezzi e maturità pittorica, il disegno tirato giù si- curo in rapide forme abbozzate, ombre morbida- mente chiaroscurate, figure cariche di movimen- to, ottenuto anche attraverso ariose ondulazioni dei panneggi delle tuniche, ecc. elementi stilistici che, come abbiamo detto, si possono cogliere in diversi piatti del servizio bavarese e per il quale non è da escludere l’ingaggio di pittori di mestie- re prestati occasionalmente all’arte della maiolica: presenze non secondarie nella costituzione del patrimonio pittorico che da sottofondo alla raffi- nata cultura figurativa dei “bianchi” di Faenza, cui quest’opera appartiene. 1RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. 96- 99. 2SZCZEPANEK 2009, pp. 79-280. 3RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. 278-297. 4RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. 192-195.

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