Lot 85: A plate, Deruta, Giacomo Mancini (known as "El Frate") workshop, first half of the 16th century

Cambi Casa d'Aste

October 25, 2016, 3:00 PM CET
Genoa, Italy
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Description: Maiolica Diametro cm 41 Una rottura e una incrinatura Provenienza: collezione privata, Si tratta di un grande piatto “da pompa”, con ampio cavetto, larga tesa ad orlo rilevato e profilato; il piede è ad anello. Al centro del cavetto, campeggia la figura di un cavaliere, che avanza al galoppo verso destra, armato di spada e scudo; due cartigli ai lati del personaggio portano la legenda, divisa in due parti, “IO SO ERE CA” e “RLO MANGNIO”, su uno sfondo che ospita anche piccoli fiori; sulla tesa si dispone una de- corazione ad embricazioni, che racchiudono dei trifogli. Il verso è invetriato. Dipinto in blu e lustro dorato. Siamo di fronte ad uno straordinario saggio della maiolica “a lustro” prodotto a Deruta, uno di quelli che nascono sullo stimolo culturale non solo della grande pittura umbra, ma anche della circolazione delle stampe in fogli sciolti. In particolare nell’ambito della bottega di Giacomo Mancini, fecero presa queste potenti ed esuberanti figure così lontane dai modelli raffaelleschi allora in auge, e pertanto lo sguardo dei pittori maiolicari si posava sia sugli episodi dell’epopea cavalleresca, attinti preferibilmente dalle vignette silografiche che corredavano l’edizione veneziana dell’ “Orlando Furioso”, stampata presso Giolito de’ Ferrari nel 1542, sia su singoli personaggi. So- prattutto ebbe fortuna la serie dei “Nove Prodi”, cioè dei più nobili eroi delle tre ere della storia della salvezza indicate da Agostino, tra cui ap- punto Carlo Magno, ma anche, ad esempio, “Re Giuda Maccabeo”, protagonista di un altro piatto derutese “a lustro”, del Museo di Faenza1. Questi eroi cavallereschi potevano essere trascritti guardando, ad esempio, fogli tedeschi volanti tirati da antichi legni, secondo alcuni addirittura della fine del ‘400, che andavano a decorare i pannelli lignei delle pareti e delle ante dei mobili, o ispiravano i soggetti delle stufe di ambito oltremontano; modelli che passarono in riciclo alle stamperie veneziane, ferraresi, milanesi e modenesi, e da quest’ultime sino a quella dei Soliani2, che dal ‘600 continuò a tirare dalle stesse matrici fino a oltre la metà dell’ ‘800. La trascrizione maiolicata è sorprendentemente fedele al modello grafico, del quale tiene conto anche degli emblemi sulle gualdrappe del cavallo e sullo scudo, cioè l’aquila del Sacro Romano Impero e il giglio, simbolo della regalità di Carlo Magno. Una straordinaria licenza del maiolicaro è invece il dettaglio degli zoccoli delle zampe posteriori dell’animale che, in modo molto originale, “escono” dal cavetto andando a calcare una par te delle embricazioni. 1 RAVANELLI GUIDOTTI 1988, fig. 45. 2 TOSCHI 1984, fig. 37; Legni incisi della Galleria Estense 1986, p. 9. Bibliografia L’opera è pubblicata in: BATINI 1974, p. 140; GALE- AZZI- VALENTINI 1975, p. 68; FIOCCO- GHERARDI 1982, n. 38, p. 117; RAVANELLI GUIDOTTI 1988, Fig. 48.
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