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Notes: Il dipinto, inedito, raffigura un'immagine allegorica di interpretazione non totalmente univoca. In un ambiente chiuso una potente figura femminile di profilo, vista per i suoi due terzi, poggia la mano destra su un globo del firmamento, attraversato dalla fascia delle costellazioni. Nella destra la donna ha una penna per tracciare sulla sfera le indicazioni che trae dallo strumento di misurazione che tiene nella mano sinistra tesa in alto, e verso il quale è rivolto il suo sguardo. Su un tavolo, a destra, sono poggiati un foglio che mostra chiaramente i segni dello Zodiaco e, più indietro, una clessidra su un libro. Tutti gli elementi iconografici del dipinto sembrano dunque indicare che si tratti di un'Allegoria dell'Astronomia, con la sola possibile eccezione dello strumento puntato dalla donna verso l'alto, all'esterno del dipinto. Le fonti iconografiche di questo strumento possono essere state molteplici: la sua raffigurazione può derivare da una delle varie edizioni seicentesche della Iconologia di Cesare Ripa. Lo ritroviamo, infatti, sia nella 'Allegoria della Cosmologia' incisa per l'edizione settecentesca del repertorio di Ripa, curata dall'Orlandi (Perugia, 1764-67, cf. qui fig. 1), sia nella 'Allegoria dell'Astronomia' dipinta a fresco da Sebastiano Galeotti a Sala Braganza, Rocca Farnese (1724-27 circa). La sfera dello Zodiaco e gli altri elementi astronomici (o astrologici) fanno in ogni caso propendere per una Allegoria dell'Astronomia, rivolta al cielo per studiarlo, e come di consueto attenta alla misurazione del tempo e della posizione delle stelle. Non conosciamo altre versioni del presente dipinto, che dal punto di vista stilistico può essere accostato alla galleria di potenti immagini femminili prodotte da Artemisia Gentileschi lungo l'arco della sua carriera. In questo caso il supporto e la tecnica esecutiva - una tela a trama e preparazione abbastanza spesse e una stesura pittorica corposa - nonché il vigoroso chiaroscuro del dipinto, interamente giocato sui toni del bruno e del verde cupo, on calcolate accensioni nell'incarnato e nel bianco della camicia della donna, portano a situare l'opera nel corso del lungo soggiorno napoletano della pittrice, sostanzialmente protrattosi dal 1630 circa alla morte. Il presente dipinto è raffrontabile - sia pure senza mai replicarle letteralmente - a varie figure del percorso napoletano della Gentileschi. Ad esempio la figura a sinistra del 'Lot e le figlie' a Toledo (USA), The Toledo Museum of Art; quella dell'ancella inginocchiata nel 'David e Betsabea' a Columbus (Ohio), Columbus Museum of Art, e anche ad alcuni dettagli dell' 'Autoritratto come Allegoria della Pittura' a Londra, Collezioni reali (cf. Orazio e Artemisia Gentileschi, catalogo, Roma - New York - Saint Louis, Milano 2001, risp. alle pp. 408-409, n. 78; pp. 414-421, nn. 80-81). Il vigoroso chiaroscuro della figura riporta a quello di 'Corisca e il satiro' a Napoli, Collezione privata (cf. Orazio e Artemisia Gentileschi, cit., pp. 399, n. 74), e molti punti di contatto in termini di stile si iscontrano rispetto alla 'Vanitas' in Collezione privata, considerata opera di Artemisia databile verso il 1640 (cf. R. Lattuada, New Documents and Some Remarks on Artemisia's Production in Naples and Elsewhere, in Artemisia Gentileschi: taking stock, a cura di J. W. Mann, Turnhout, 2005, pp. 84-85, fig. 10). È forse possibile proporre un'ipotesi di datazione verso il 1640, quando più forti sono i legami di Artemisia con l'ambiente artistico napoletano.