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Dimensions: cm. 51.5 x 33.5
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Provenance: Galleria d'Arte Antica e Moderna, Milano
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Exhibited: Milano, Galleria Pesaro, Mostra individuale di Ettore Tito, 1919
Venezia, Fondazione Giorgio Cini, Ettore Tito 1849 - 1941, 1998, pp. 231-233
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Literature: V. Pica, Ettore Tito, 1912
F. Sapori, Ettore Tito, Torino 1919
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Notes: Seppur "con grande moderazione e mirabile accorgimento", ai primi anni del secondo decennio del Novecento Ettore Tito si giovava ancora "di tutto ciò che l'arte straniera poteva suggerirgli" fra "acuta sottigliezza di visione" e "sapiente abilità di tecnica", come osserva Vittorio Pica presentandolo nella collana degli artisti contemporanei dell'Istituto Italiano d'Arti Grafiche nel 1912. Ed infatti la fiorente produzione di nudi femminili dipinti da Tito in questi anni (La perla, La sorgente, Le amazzoni del 1914 ne sono un esempio), travestiti da figure mitologiche che tradiscono vivacità di pose e di torsioni tratti da modelle in carne ed ossa, si allinea perfettamente agli elementi stilistici del diffuso impressionismo internazionale, presente e applaudito alle prime esposizioni biennali di Venezia, che costituirono un repertorio di stimoli, un banco di confronto e di conferme per l'artista. Questa ninfa che costituisce un antecedente ed una variante nella sua posa speculare alla più nota Ninfea del 1917, pubblicata da Francesco Sapori nel 1919, e un immediato seguito alle Ninfee che sembrano planare in pose rocambolesche sopra l'acqua lacustre del quadro conservato presso la Galleria Ricci-Oddi di Piacenza (1912), occupa la tela con fluidità sintetica propria della pittura di toni e di colori con cui, ad esempio, anche Anders Zorn traccia le corpulente svestite contadine della Dalecarnia. Tito si conferma "pittore del movimento" e "maestro del nudo": profilo fuggente, torsione del corpo, tensioni muscolari, immagine riflessa, prendono vita dalle pennellate lunghe e frammentate che guidano le forme come solchi di energia avvalendosi degli effetti della tecnica mista. È questo forse il carattere più interessante di quest'opera, ed ancora aspetto di gusto internazionale. Come molti altri artisti, italiani e d'oltralpe, sulla scia dei risultati dei postimpressionisti, anche Tito sperimentava liberamente su supporti vari, ad esempio il cartone per le sue qualità assorbenti, la commistione di acquarello, pastello, biacca, olio, avvalendosi degli effetti materici sovrapposti con i quali egli gioca con grande disinvoltura e abilità. Il passaggio di questo quadro dalla Galleria d'Arte Moderna di Milano, farebbe supporre che si tratti di una di quelle opere transitate per la città in occasione della copiosa personale (sessantatre dipinti) presentata da Ugo Ojetti nel 1919 alla galleria di Lino Pesaro, anche se non vi sono riscontri effettivi fra i titoli degli elenchi pubblicati da catalogo, che comunque non contengono mai riferimenti così puntuali da potervi riconoscere un'opera specifica fra i soggetti ricorrenti nel repertorio di Tito.
Si ringrazia la Dott.ssa Anna Mazzanti per aver redatto la scheda di questo dipinto.